Dunque era così che suo padre la pensava?! Una donna non può comandare un’azienda agricola grande come la loro! << E perché, allora, m’hai mandato alla scuola tecnica?! Ne so centomila volte più di te di agricoltura! Sono perito agrario, io! >> Glielo aveva gridato in faccia e se n’era scappata nella sua stanza. Il dubbio che il padre fosse rimasto deluso quando era nata lei, femmina, ed invece comare Rannazza, moglie dell’amico Nico, una quindicina di giorni prima aveva messo al mondo un gran bel maschio, ora era una certezza! Se n’era accorta già da adolescente del poco interesse che il padre mostrava per lei e del grande interesse che invece mostrava per Teodoro, ma l’aveva in cuor suo accettato e perdonato. Il padre è il padre! Lei lo sapeva, lo sentiva d’istinto che doveva volergli bene, e gliene voleva! Ma non poteva accettare che non la stimasse capace di prendere, in un futuro molto, molto lontano si augurava, il suo posto! La discussione, come tutte le discussioni importanti che chiariscono i rapporti familiari, era nata per caso, da una banale osservazione. Poi un batti e ribatti e… la reazione di Alfonsina.
Nanni, poverino, era rimasto sorpreso della reazione della figlia. Ma che ci poteva fare lui se pensava che la donna dovesse restare a casa a badare ai figli e all’uomo che il destino le metteva vicino? Sua madre e sua moglie avevano fatto così. Aveva accettato di mandarla all’Istituto Agrario giusto per non sentirla piagnucolare che lei non voleva restare “zotica”. Voleva studiare lei! E l’aveva accontentata. Ma affidarle la fattoria?! E’ tutto un’altra cosa! Se l’era sudato, ettaro per ettaro, il suo piccolo impero. Ogni volta che comprava qualcosa da quello scioperato del barone aveva la sensazione di salire di un metro nella scala sociale e di crescere di qualche centimetro in altezza, lui che già di suo aveva una statura notevole! Non riusciva ad immaginare una donna contrattare il salario con i braccianti, contrattare il prezzo coi commercianti, pensare a come trarre maggior profitto da quello che la terra produceva o decidere cosa far produrre ai loro terreni. Ma sapeva che Alfonsina aveva ragione a sentirsi esclusa, perché in verità così era, ed in un certo senso capiva la sua reazione! Ma lei era una donna! E che ci poteva fare lui se le donne devono stare a casa? Se lo ricordava come se fosse adesso, ed erano passati ormai ventitre anni, il sollievo e la gioia provata quando Nico gli aveva chiesto di tenere a battesimo Teodoro. Era stata per lui come una sorta di rivincita sul destino che gli aveva dato solo una femmina. Poi Piccidda, la moglie, aveva voluto che Nico e Rannazza tenessero a battesimo Alfonsina ed il doppio comparaggio aveva rafforzato il legame con quel bambino fino a farlo diventare forte ed esclusivo, come se fosse un suo figlio.
Ora, dopo aver rigovernato, se ne stava seduta avanti l’uscio, con il volto tirato ed il cuore in subbuglio. Si domandava come avrebbe fatto a convincere il padre che la sua roba sarebbe stata in buone mani anche con lei. Era come una sfida ormai. E rimuginava su proteste e dimostrazioni che scartava una ad una, ora perché troppo blande ora perché troppo forti. Ed intanto, dietro al rosso delle palpebre chiuse, si beveva il caldo sole di quella precoce primavera.
<< Hei, ‘Nzinù, dormi? >> La calda voce di Teodoro le fece aprire gli occhi. Stentò un poco a metterlo a fuoco e quando ci riuscì il disco del sole dietro la sua testa riverberava in modo da farlo sembrare una specie di santo con l’aureola. Ogni volta che lo vedeva, e tutto sommato ciò avveniva spesso visto che abitavano ai lati opposti del grande cortile della fattoria, un tempo proprietà del barone, ed ora diviso a metà tra Nico e Nanni, Alfonsina non poteva non pensare a lui ragazzino che faceva il bagno nudo nel grande stagno e a lei che se lo mangiava cogli occhi, nascosta dietro la siepe, con il fiato corto e un costante brivido alla schiena. Lo stesso brivido che ora la stava riprendendo, con un certo suo disappunto. Infatti non voleva che lui s’accorgesse di quanto la turbava la sua sola presenza.
<< Come te la passi, Teodò? >> gli chiese, sperando di cominciare un qualche discorso che le impedisse di ripensare a quelle sensazioni e di riprovarle.
<< Ho sentito che hai avuto un battibecco con tuo padre, mi trovavo a passare… >>
<< …per caso… ti trovavi a passare… o stavi lì ad origliare? >>
<< Tu lo sai quanto ti voglio bene! Anzi, da un po’ non faccio che pensarti. >>
<< E tu non devi farlo. Io ho altre cose a cui pensare, per ora. >>
<< Si, certo! A convincere tuo padre che saresti capace di gestire la fattoria. >>
Alfonsina s’alzò e gli si piantò davanti, lo guardò fisso negli occhi e, nonostante avvertisse una specie di tremore in tutto il corpo ed un violento desiderio di dargli un bacio, disse:
<< Non ti voglio sentir dire più certe cose! Tu lo sai che siamo quasi fratelli. >>
<< Ma che dici?! Io… Vabbé, ti saluto ‘Nzinù. >>
Nico se ne stava a sonnecchiare, sdraiato su un paio di balle di fieno e non poteva non pensare all’affare che si apprestava a concludere col barone: l’ultimo pezzo di uliveto, un paio di ettari, un’ottantina d’alberi in tutto, quella sera stessa sarebbe stato suo. Al barone così sarebbero rimasti soltanto una decina di ettari di vigneto, ultimo scampolo della grande fattoria che il barone vecchio gli aveva lasciato. Se l’erano divisa equamente lui e Nanni la proprietà. Da buoni compari si confidavano tutto e, d’amore e d’accordo, decidevano insieme chi doveva comprare cosa. Nico, però, non aveva avuto il coraggio di dire a Nanni di aver messo gli occhi sul vigneto, che lavorava a mezzadria con il barone, da tanto di quel tempo che ormai lo considerava suo, anche se il prezzo che ne aveva chiesto il barone era troppo alto per le sue possibilità attuali. Ma quella sera, dopo il rogito, davanti ad un bicchiere di quello buono avrebbe parlato e, n’era sicuro, il compare avrebbe gioito per lui.
La voce tonante di Rannazza che gli diceva ch’era tardi lo riportò alla realtà. Tirò fuori l’orologio dal taschino e fece un’imprecazione: era veramente tardi! Aveva poco più di mezz’ora per vestirsi ed arrivare nello studio del notaio. Non si poteva far aspettare il barone ed il notaio Siragusa! Corse in casa, si lavò in fretta e ancor più in fretta si vestì. Poi si chiuse nello sgabuzzino accanto la camera da letto e con il cuore tremante tirò fuori dal nascondiglio segreto la scatola dove teneva il danaro e le copie degli atti d’acquisto dei terreni. Contò duemilioni e se l’infilò nella tasca interna delle giacca. Ne contò altre cinquecentomila e se l’infilò nell’altra tasca interna: i primi per finire di pagare il barone e gli altri per le spese ed il notaio. Scosse con le mani le altre banconote nella scatola e sospirò: ce ne sarebbero voluti almeno tre volte tanto per quel benedetto vigneto. Uscì dallo sgabuzzino sospirando e corse fuori. Ah, se l’annata fosse stata buona! Forse il sogno si sarebbe potuto realizzare presto.
Teodoro l’aspettava con il motore della vecchia balilla tre marce già in moto. Non occorsero che una ventina di minuti per arrivare davanti al portone dello studio del notaio. Il barone era già lì, tutto elegante e con un sorriso stereotipato stampato sulla faccia butterata. Piccolo, segaligno, gli occhi vispi in perenne ricerca di qualcosa, mostrava in tutta la persona una dignità non comune per uno che, con donne d’ogni tipo e stravizi d’ogni specie, aveva dilapidato l’immenso patrimonio che gli aveva lasciato il padre. Strinse la mano con una certa condiscendenza ai due “viddani”, che gli lasciarono il passo per salire dal notaio.
Un paio d’ore dopo, con la copia del rogito in mano, Nico rientrò in casa, dette una carezza alla moglie e si chiuse di nuovo nello sgabuzzino per conservare il documento. Ne uscì poco dopo e sembrava proprio l’emblema della soddisfazione. Rannazza gli sorrise e gli fece un cenno d’intesa quasi a dirgli che si meritava il premio che gli riservava quando acquistava qualcosa: una notte come quando erano sposini! Nico capì, si sentì tutto rimescolare, ma chissà poi perché, si sentì ancora più incoraggiato da quella tacita promessa a parlare a Nanni del vigneto. Uscì a cercarlo. Non gli ci volle molto a trovarlo. Come sempre all’imbrunire era seduto davanti casa sua. L’ultimo riverbero di sole illuminava la sua larga faccia cotta dal sole.
<< Cumpà, tutto fatto? >> chiese Nanni.
<< Sì, andiamo a festeggiare, >> rispose Nico. L’altro stentò un po’ ad alzarsi oppresso da una pancia enorme, che tuttavia non sembrò più tale appena si fu messo in piedi, data la sua notevole altezza. E s’incamminarono verso la grotta poco lontano che da sempre era adoperata per cantina. Fecero quel centinaio di metri che li divideva dall’ingresso della grotta a braccetto, pregustando forse il buon vino che tra poco avrebbero bevuto. Nico tirò fuori la chiave e s’accingeva ad aprire quando sentì Nanni dire:
<< Che ne pensi se per il vigneto, i torchi e la cantina faccio io un’offerta al barone? >>
Nico sentì il mondo crollargli addosso, ma si girò verso il compare e di rimando:
<< Io gliel’ho già fatta un’offerta. >>
<< Senza dirmi niente? Perché ‘sta novità? >>
<< Te ne avrei parlato tra poco, >> disse con voce tremante Nico.
Un greve silenzio cadde tra di loro. Uno, Nanni, si sentiva offeso dal comportamento del compare e meditava di fargliela comunque l’offerta al barone; l’altro si dava dello sciocco per non aver parlato prima. Per una cosa come quella la loro più che quarantennale amicizia poteva finire e lui non voleva che finisse. Entrarono nell’immensa grotta piena di botti di ogni dimensione. Nico prese un boccale e lo riempì da una botticella semi nascosta da una stalagmite. Versò il liquido rubino in due bicchieri e ne porse uno a Nanni dicendo:
<< Alla salute del barone ed alla nostra amicizia. >> Era un tentativo di farsi perdonare.
<< Oggi non è una buona giornata per me, - disse Nanni – a mezzogiorno ho litigato con mia figlia ed ora mio compare mi tradisce! >>
Si rigirò per un po’ il bicchiere in mano, poi lo posò a terrà e senza salutare s’incamminò verso la fattoria.
Il raffreddarsi improvviso dei rapporti tra Nico e Nanni fece scalpore tra tutti coloro che li conoscevano. Interpellati ora l’uno ora l’altro rispondevano sempre: << Cose nostre! >> come se avessero concordato ciò ch’era da dire. Sia Piccidda che Rannazza non riuscirono a trarre un ette dalla bocca dei rispettivi mariti, anche se una qualche idea se l’erano fatta. Ma, amiche e complici com’erano sin dalla più tenera età, finirono per considerare la cosa una bizza di uomini che s’avvicinavano alla vecchiaia.
Nanni era andato dal barone a fare la sua offerta e ne aveva ricevuto un netto rifiuto.
<< Lo darete a mio compare, allora? >> aveva chiesto.
<< No, lo tengo per me, per campare! I soldi me li mangerei subito. Invece quello sarà la mia vecchiaia. >> E sembrò sincero a Nanni, che anzi si meravigliò molto del ritrovato equilibrio del barone. Ma perché dire della cosa a Nico? Era meglio tacere e fallo cullare nell’illusione che il barone avrebbe dato a lui il vigneto, giusto per una piccola soddisfazione personale. Non s’erano parlati più da quella sera. Quando per caso s’incontravano facevano chiaramente le viste di non conoscersi. E le chiacchiere si sprecavano. Qualcuno arrivò a dire che nella freddezza di rapporti c’entrava una certa signora che dispensava servigi particolari.
La lite arrivò all’orecchio del barone, che ben conoscendone il motivo, si fece una grassa risata e si fregò le mani pensando che “quannu i mulinara si sciarrianu a farina veni bona” e si disse ch’era tempo di rivedere le condizioni della mezzadria del vigneto. E chiamò Nico e gli disse che intendeva non rinnovare il contratto alle solite condizioni. Nico arrossì, s’innervosì, ma accettò tutto quanto. Non poteva in nessun modo farsi togliere il potere sul quel vigneto, era quasi un’ipoteca il fatto che lui lo lavorasse!
Poi il barone chiamò Nanni. E gli spifferò l’accordo che aveva fatto con Nico e gli chiese se fosse capace di offrirgli di meglio, ché se gli offriva di più l’avrebbe dato a lui a coltivarlo. Nanni non seppe cosa rispondere. Gli chiese tempo per farsi un po’ di conti. E se ne tornò a casa con la testa tra le nuvole. Dopo pranzo, mentre Alfonsina rigovernava ne parlò alla moglie, liberamente, come se la figlia non fosse presente. Ma lei allungava gli orecchi e rideva tra sé. Quella sarebbe stata la sua occasione. Se il barone l’avesse dato a lei a coltivare il vigneto avrebbe potuto dimostrare al padre quanto valeva!
<< E’ proprio furbo tuo padre – disse il barone dopo che Alfonsina aveva finito di esporgli il suo progetto – manda te per commuovermi! >>
<< Eccellenza, vossia sbaglia. Mio padre non ne sa niente. Voglio dimostrargli che so gestire una fattoria e guadagnarmi un po’ di soldi, sa, per il corredo… >>
<< Visto ch’è così io lo dò a te, ma ad una condizione aggiuntiva. Mi devi promettere che se starò male mi assisterai come una figlia. >>
<< Hi! Voi siete solido come una roccia! Ve lo prometto! >>
Il barone tirò fuori dal cassetto il contratto che aveva preparato per Nico e sostituì il nome con quello d’Alfonsina. Firmarono ed il barone s’alzò, le porse la mano e le disse:
<< Non mi deludere! Se sarai brava ti farò una sorpresa! >>
Alfonsina uscì dalla casa del barone sentendosi felice come quando aveva letto “matura” nel tabellone degli scrutini dell’esame di stato. Era una imprenditrice agricola! Ora subito al lavoro! Per prima cosa doveva dire a Nico del contratto. O sarebbe stato meglio dirlo prima a Teodoro? Il caso risolse il problema. Teodoro era lì davanti la stalla e sembrava proprio che la stesse aspettando.
<< Nzinù, dove sei stata? >> le chiese con la voce incrinata da una palpabile emozione. Alfonsina ebbe un brivido, ma non il solito brivido di quando lo vedeva, stavolta era diverso: aveva avvertito nettamente che Teodoro era geloso e se lui era geloso voleva dire che veramente la voleva. Era la conferma che lei aspettava dei sentimenti di lui. Il cuore principiò a batterle forte forte. Stentò non poco a riprendere possesso di se stessa. Poi sorrise e disse:
<< Sono stata a parlare… con il tuo rivale. E ho avuto questo. >> Tirò fuori dalla borsa il contratto e glielo sventolò sotto il naso.
<< E cos’è? Chi sarebbe il mio rivale? >>
<< Ho avuto la mezzadria del vigneto alto, tutti i dieci ettari! >>
<< E che gli hai fatto al vecchio bacucco? >> Era ormai al limite e lei se ne accorse subito che non poteva tirare oltre la corda, la gelosia l’aveva talmente annebbiato che sarebbe stato capace di tutto! Alfonsina allungò una mano, gli carezzò il volto e poi con un filo di voce:
<< Niente gli ho fatto, gran scemo! Io solo te voglio, da sempre. >>
Sembrò ad Alfonsina che quelle parole avessero subito fatto un larga breccia nell’evidente nervosismo di lui ed infatti ne vide gli occhi perdere pian piano quella carica di odio che poco prima l’aveva spaventata. Teodoro allungò una mano e le carezzò il volto. Le si avvicinò di più e la bacio dolcemente sulle labbra. Lei rimase impietrita e si domandò se non avesse concesso troppo. Poi lui s’allontanò di un passo e:
<< Parlo io a mio padre. Ma non gli dirò di quello ch’è successo tra noi. Sarà per ora il nostro segreto. >>
Alfonsina lo vide allontanarsi ed entrò in casa con l’animo in subbuglio. Se n’andò subito in camera sua e si buttò sul letto. E non trovò niente di meglio che farsi un bel pianto di gioia.
La luna era splendida: una specie di mezzo faro nel cielo lindo e pieno di stelle luminose come non mai. Alfonsina se ne stava alla finestra, avvolta nello scialle che nonna Carolina le aveva fatto all’uncinetto per i suoi quindici anni, pochi mesi prima di morire, ad ammirare quello spettacolo della natura e riviveva attimo per attimo la giornata così determinante per lei. Il contratto con il barone era stato l’inizio, poi il bacio di Teodoro, e poi la sfida lanciata al padre sventolandogli il contratto sotto il naso. E lui aveva detto: << Non sperare che in qualche modo io t’aiuti. >> Lei gli aveva risposto che non solo non ne aveva bisogno, ma che se anche ne avesse avuto bisogno non gliene avrebbe mai chiesto. Sentì : << ‘Nzinù! ‘Nzinù! Affacciati ‘Nzinù. >>. Non le fu difficile affacciandosi alla finestra distinguere uno scarmigliato Teodoro farle segni di scendere. E scese, tremando in cuor suo e temendo che quella visita fosse dettata da una qualche pretesa di maggiore confidenza di lui. S’avvolse di più nel grande scialle, quasi a farsene una corazza. Quando gli fu vicino capì subito che qualcosa di molto grave era successo. Infatti Teodoro con gli occhi bassi, tormentandosi le mani e con voce tremante disse:
<< Ho fatto un pasticcio. Mi ha persino cacciato di casa. Non l’ho saputo prendere ed ha gridato che io l’avevo tradito per correrti dietro! Che non dovevo sperare niente da lui. Mangiassi col vigneto che tu hai a mezzadria. >>
Alfonsina tremava, ora, combattuta tra il solito effetto che le faceva la presenza di Teodoro e la rabbia per la stupidità di quei due “viddani”, testardi ed egoisti, mentre sentiva il concitato racconto delle ultime ore fattole da lui. Dimentica dei timori con i quali era scesa a parlare con lui, gli si avvicinò di più e lo carezzò. Fu per Teodoro come se un meraviglioso balsamo improvvisamente avesse calmato le sue angustie. La baciò come aveva fatto nel pomeriggio e stavolta lei non rimase immobile. Per un lungo attimo si sentirono una cosa sola. Poi lei disse:
<< Tuo padre t’ha cacciato, il mio m’ha detto che non sperassi nel suo aiuto. Perciò noi staremo insieme, così ci aiuteremo tra di noi. Teodò sposiamoci. >>
<< Comare Rannazza, Alfonsina ne è certa: è incinta. >>
<< Comare Piccidda, saremo nonne. Dio sia lodato. >>
<< Vedremo se ora quei due testardoni, avranno il coraggio di non guardare in faccia i ragazzi. Speciali sono quei due. Figli d’oro, commà. Hai visto che hanno fatto col vigneto? Il barone era strafelice quando gli hanno consegnato la sua parte della vendita del vino. Mai aveva avuto un tale guadagno. Che ne dici se gli parliamo per far fare la pace ai nostri mariti? >>
<< Se si ci mette, vedrai che il vecchio ci riesce, andiamoci a parlare mentre è qui. >>
Il sole splendeva alto e caldissimo sulla lunga tavolata apparecchiata nell’aia della fattoria. Gli innumerevoli invitati erano resi allegri e ciarlieri dalle abbondanti libagioni del fresco vino “du baruni”.
Compare Nanni e Compare Nico se ne stavano seduti uno accanto all’altro, impacciati, con il volto tirato ed il sorriso stentato, alla destra del barone. Alla sinistra di lui le loro mogli. Il vecchio barone aveva insistito ed insistito perché, finalmente, la ruggine tra di loro fosse grattata via. Aveva vinto ed organizzato la grande festa, dopo la trebbiatura naturalmente, quando la campagna si riposa ed aspetta solo la vivificante bruciatura delle ristoppie, ad agosto.
Il barone batté più volte il coltello sul suo bicchiere per far fare silenzio. Quando l’ebbe ottenuto disse:
<< Forse avrete notato l’assenza di Alfonsina e Teodoro. Non è un mancare di rispetto ai loro genitori. E’ una necessità. Ad Alfonsina sono cominciate le doglie. E la mamma e la suocera fremono per andare da lei. Le accompagneranno i rispettivi mariti che così dimostreranno di aver superato la lite fra di loro e di aver ripreso in famiglia i loro figli. Del resto non c’era più motivo di litigare. Io ho donato il vigneto a Teodoro ed Alfonsina a condizione che mi assistano nella mia vecchiaia come se fossi un loro parente. >> Si sedette. Tutti applaudirono il barone e Nanni s’alzò a sua volta. Prese dalla tavola un dolce di mandorla, lo divise e ne offrì un pezzo a Nico e poi disse:
<< Ora che saremo nonni non avremo più motivo di litigare per la roba. Sarà tutto di nostro nipote che sta per nascere e di quelli che verranno dopo. Cumpà se sbagliai perdonatemi. >>
<< Se sbagliai io, perdonatemi voi >> disse Nico.
<< Ed ora andate a vedere vostro nipote nascere, >> chiosò il barone.
poesia e altro che verrà!!!
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martedì 26 marzo 2013
venerdì 18 marzo 2011
PARLANO DEL ROMANZO "UOMINI DAPPOCO"
lunedì 7 marzo 2011
COME LA MIA CITTA' E' CAMBIATA NEL XX SECOLO: I luoghi del Romanzo Uomini Dappoco
Come vorrei che tutto fosse rimasto com'era! Invece la motorizzazione selvaggia ha creato lo scempio che si vede! Mai più potremo tornare alla "schiettezza" dell'ambiente di allora... ma dobbiamo rassegnarci?
mercoledì 1 dicembre 2010
lunedì 23 novembre 2009
ALTERNANZE
Accenditi infine
luce di vita,
desiderio pressante
accenditi ti prego.
Sono stato lontano,
disperso, sconfortato.
Sono stato vicino,
aggruppato in gruppo
compatto.
Sono salito al cielo
celeste.
Sono sceso nel buio
scuro.
Sono ormai morto
e rinato,
una, due, cento volte...
tante, quante volte
ho creduto d'amare.
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